Intorno al genio

La ricetta del genio è complessa e multiforme.

Il cervello di un genio funziona in apparenza come quello di tutti gli altri, di sicuro qualcosa di nascosto, magari nella materia bianca ci dovrebbe essere. Molto probabilmente il genio attiva una comunicazione particolare tra le varie parti del cervello, forse è una quesitone di velocità di connessioni e di numero di collegamenti attivi.

Non basta l’intelligenza, da sola. Come non non basta la sola creatività. Alle volte i cervelloni rimangono dei calcolatori o pallottolieri umani mentre i super creativi si perdono in sogni del tutto fantastici e improduttivi. Il genio è una magica formula sia di intelligenza, sia di creatività ma anche di carattere, ambiente e carisma.

Recenti studi scientifici dimostrano come sia importante “il pensare in modo divergente”. Facendosi portare da intuito e immaginazione si deve provare a produrre molte idee da un unico stimolo. Insomma l’abbinamento vincente è abbinare il diverso, comprendere insieme le materie umanistiche e la conoscenza scientifica, applicare sempre ad ogni nuova sfida le diverse possibilità, guardare le cose da più punti di vista, usare insomma la creatività e la sensibilità, l’intuizione, provare ad entrare nella mente di dio. Einstein nelle sue teorie guardava sempre al modo usato da dio per progettare l’Universo, insomma era attratto dall’ingegno con la quale la Natura era costruita, e ha saputo guardarla in modo nuovo e particolare.

 E poi il resto è stata perseveranza, allenamento e sudore.

Quell’altro geniaccio di Edison ci ha detto “il genio è uno per cento ispirazione e 99 per cento sudore”.

Quindi mi piace pensare sia tutta una questione di aroma.

Giorgio Piumatti

Ritorno al genio

Già in passato avevo dedicato un certo spazio al dibattito sul genio, il talento e al modo di capirlo, definirlo e conoscerlo. L’argomento è tornato sulla bocca di tutti quando è scomparso Steve Jobs. Da molti definito un genio del nostro tempo o comunque dotato di una particolare intelligenza.

Per Kant il genio è la sintesi di immaginazione e intelletto mentre per Hegel genio e immaginazione sono solo fantasticherie, per Nietzsche nel genio vi è l’origine dell’apollineo che porta verso un’esperienza dionisiaca creativa. Per il mondo anglosassone l’intelligenza è una questione di test. Il sito del world intelligence Network ( www.iqsociety.org) è dedicato infatti alle funzioni cognitive e alla intelligenza con alcuni test per misurare il Quoziente intellettivo.

Anche la letteratura ha amato esplorare il territorio del genio. Nella mitologia un genio era Dedalo, inventore del labirinto, poi vi era Ulisse, eroe scaltro. Il Gulliver di Swift, con la spirito dei suoi viaggi rappresenta la ragione illuminista. Il Capitano Nemo di Verne è un innovatore per la scienza e la tecnica, mentre Frankenstein è un genio pazzo che sfida le convenzioni della natura.

E poi arrivando ai personaggi reali attraverso quali caratteristiche possiamo definire il genio di Leonardo, di Michelangelo, di Einstein o di Mozart, fino a Van Gogh e se permettete ci metterei pure Kubrick. La genetica non sembra averci messo lo zampino. Il genio nasce spesso da genitori piuttosto fessi o almeno non particolarmente dotati o viceversa i figli di geni raramente vendono ricordati più dei padri famosi.

La ricetta del genio è complessa e multiforme…

Giorgio Piumatti

Italo Calvino e Marcovaldo

Così devo ammetterlo è da poco tempo che ho riscoperto, anzi riletto Italo Calvino. In modo graduale per non insorgere in controindicazioni da preconcetto ho per primo letto “Il sentiero dei nidi di ragno”, opera prima che per tema e ambiente ricorda molto i racconti contadini insiti nel mio DNA e più vicini agli altri scrittori da me preferiti.

Poi sono tornato a un Calvino diverso, quello de “Il castello dei destini incrociati”, per poi tornare ad un Calvino più semplice, in apparenza, ma in realtà profondo, reale, vivo come quello del sensibile Marcovaldo e delle sue stagioni in città…

Marcovaldo è un padre di famiglia che lavora in una grande città. Forse Milano, o forse in una città immaginaria. Il romanzo è suddiviso in capitoli che raccontano delle avventure, delle impressioni, delle emozioni di Marcovaldo e del suo mondo attraverso il passare del tempo dato dalle stagioni.  In un tempo apparentemente lontano da noi, ma in realtà mai mutevole.

Marcovaldo e la sua famiglia vivono in una semplice casa, in un palazzo cittadino. Marcovaldo è un dipendente, fa un lavoro operaio. Ma è contento della sua vita, difficile ma costruita con il lavoro e il dovere, accanto al tempo dello svago e dello stupore.

Marcovaldo non smette mai di stupirsi e soprattutto non si lascia anestetizzare dalla città. E’ uno dei pochi uomini che riesce ad usare ancora i sensi, immerso nella città lui vede, sente, odora, tocca e vive. Riesce ancora a vedere il passaggio delle stagioni, anche dove tutto sembra omologato al trasporto, auto, casa, ufficio. Non vive la città come da prigioniero ma la eleva ad esotica giungla.

Nella sua condizione di osservatore, Marcovaldo vive la città attraverso lo sguardo attento di un eterno adolescente curioso. Raccoglie i funghi alle fermate dei bus, cammina e si perde nella nebbia finendo su un aereo che lo porta in un altro mondo, sospeso tra il reale e il fantastico ci trascina in racconti che non sono solo belle favole per ragazzini o studenti delle scuole medie. Il personaggio Marcovaldo è una parte di noi, di quello che non si dovrebbe dimenticare mai e di quello che in fondo si dovrebbe sempre essere: appunto curiosi e facili allo stupore.

E allora anche quando la sua famiglia vive con poco, nello spazio ristretto, senza chissà quale lusso o tecnologia, si riesce comunque sempre a vedere una ricca sfumatura di sentimenti e valori, accanto ad un amore per la natura che vive ancora in città, con i suoi piccioni, le sue piante, la neve e la pioggia…verso quelle che diventeranno le città invisibili.

Giorgio Piumatti

Il mio Italo Calvino

Nel nostro mutevole e peregrino viaggio attraverso gli autori, gli scrittori e i bei libri della letteratura, nostra italiana, mi sono accorto di non aver ancora parlato di uno dei più importanti e conosciuti. Italo Calvino è uno di quegli autori universalmente noti, apprezzati e discussi. Ma negli ultimi tempi mi sembra sempre più giusto, quando si vuole parlare di uno scrittore, non dare troppi giudizi di merito o di critica appassionata o spassionata che sia, quanto ricordarlo attraverso la sua opera, le sue stesse parole, i suoi libri.

Il mio rapporto personale con Italo Calvino è andato a mutare con il tempo. Quando andavo a scuola e alla fine dell’anno, per le vacanze, ci assegnavano delle letture, il nome di Italo Calvino mi destava sempre una certa diffidenza. Poi la cosa è continuata anche all’Università dove l’ottica Calvino mi è stata presentata troppo dal punto di vista formale, con l’apice, peraltro tale, nell’opera “Palomar“.

Pensandoci su, probabilmente la cosa era dovuta ad una sorta di preconcetto piuttosto infondato, che mi vedeva patteggiare per gli  scrittori della mia terra d’origine e per i loro modi narrativi. Senza volerlo tra Calvino, Pavese o Fenoglio, andavo sempre a scegliere e quindi a leggere qualcosa degli ultimi due e così con il tempo mi sono intestardito sul criticare il film Italo Calvino senza averlo visto.

Imperdonabile colpa perché si tratta di tre scrittori mirabili, diversi e per questo grandi ognuno a suo modo…

Giorgio Piumatti

Le storie ci scorrono sotto pelle

La sensazione del raccontare e del raccontarsi vive dentro di noi.

Ognuno esprimere le proprie emozioni attraverso qualcosa. Ognuno si esprime esplorando le proprie esperienze e ascoltando le sensazioni. Per farlo scegliamo il modo che riteniamo più adatto: con le parole, il linguaggio del corpo, per alcuni con la musica, per altri attraverso le immagini, fino al cinema, alla televisione e al web. In altre parole ci piace raccontare storie, o visto dalla parte di chi ascolta: sentiamo e guardiamo storie che in qualche modo emozionano e parlano, esorcizzano e purificano, ci fanno desiderare il sorriso di una bella ragazza o correre con un uomo braccato dai lupi; ci fanno ritornare in quel momento magico e antico, di quando intorno al fuoco, nella caverna dei nostri antenati o nella stalla dei nostri bis-nonni, si narravano i miti. Allora scopriamo su rocce paleolitiche, i disegni con uomini che inseguono gazzelle, storyboard preistorici che raccontano il primo conflitto, il primo thriller, archetipo del dramma. Così in altri luoghi troviamo impronte di mani: colori, forme e dimensioni, a fare da firma ad una storia infinita; tante mani a segnare un passaggio nel mondo, a lasciare un segno, storie che azzerano lo spazio e il tempo, ci fanno viaggiare tra i continenti e le epoche, rendendoci quasi immortali. Le storie da sempre raccontano sensazioni che ci scorrono sotto la pelle…

( continua )

Giorgio Piumatti

Erri De Luca e il suo romanzo Montedidio

Un’altra tappa alla scoperta del grande scrittore napoletano.

Può spesso accadere che per caso qualcuno ti regali un libro, oppure tu stesso entri in una libreria e senti che un libro ti attira, per il colore della copertina, per il titolo, insomma per una sensazione che ti conquista. Lo stesso è accaduto a me, dopo che mi hanno regalato Il peso della farfalla, conquistato dalla profonda leggerezza tematica e dalla sua cristallina forza narrativa, sono andato a cercare un altro libro scritto da Erri De Luca ed ho scoperto il suo romanzo Montedidio. Il libro racconta la storia di un ragazzino tredicenne che nel giro di pochi mesi passati nel solenne quartiere di Napoli diventa uomo scoprendo la durezza del lavoro, la forza del sogno, l’incombere del male e la passione d’amore. Una sensazione di mirabile scrittura e un alto senso della parola ci prendono dai nostri luoghi per buttarci nel mondo di una storia che è favola e dramma, ricordo e messaggio. Tra il lancio di un boomerang e un ebanista pescatore, un angelo calzolaio e una terrazza: il confine del mondo, l’occhio sul Montedidio fino alla notte dell’ultimo Capodanno.

Giorgio Piumatti

Steinbeck e Pian della Tortilla

Alla scoperta di un romanzo da riscoprire.

Steinbeck è l’autore di Uomini e topi ( 1937 ), di Furore ( 1939 ), La Valle dell’Eden ( 1952 ), La luna è tramontata ( 1942 ).  Autore nato in California e premio nobel del 1962 è ricordato per una prosa scabra e insieme densa di qualità evocative.

Scrittore della gente abbandonata, dei soli, senza paese e senza famiglia.

Conosciuto in Italia grazie a Elio Vittorini che per Bompiani decide di tradurre nel 1938 Pian della Tortilla ( Tortilla Flat ), un romanzo picaresco dai toni gioviali e quasi umoristico e anche grazie a Cesare Pavese che per primo lo traduce con Uomini e topi.

Steinbeck è amato dal cinema, con i suoi numerosi adattamenti e dalla musica, Bruce Springsteen scriverà la sua The ghost of Tom Joad ispirandosi a Furore.

In particolare con Tortilla Flat ci racconta il mondo dei paisanos, di quel Danny che persegue un dolce far niente, insegue il suo gallone di vino e viene messo in crisi dalla donazione di una casa che gli farà avvertire il peso delle responsabilità.

E’ il mondo della città di Monterey, un paesone dalla tante facce e diversi personaggi, con le case di legno che sorgono in mezzo a cortili ricchi di ortiche e i pini della foresta crescono tra l’una e l’altra.

I paisanos dalla pelle scura arsa dal sole sono i Cavalieri di immagine arturiana alla ricerca del proprio Graal, della loro coppa di vino ma anche immagine quasi religiosa verso un San Francesco e i suoi Fioretti o simbolo evangelico da ultima cena e mistico dolore.

Una sensazione tra il sorriso e la malinconia. Steinbeck e il suo Pian della Tortilla, per quanto non sia piano affatto, la storia di Danny, degli amici di Danny e della casa di Danny.

Giorgio Piumatti

Il sapore dei libri

Alla scoperta del mondo di Firmino nel romanzo di Sam Savage.

 

Il topo Firmino riempie la fame che gli tormenta le viscere masticando coriandoli di carta sparsi nel nido. Subito capisce che masticare i libri diventerà la sua dipendenza, la sua fame insaziabile. I libri sono un delizioso impasto, morbido e gommoso. Dai mille sapori e dai gusti proporzionali alla loro profonda essenza. Così un giorno Firmino decide di lasciare il suo buco di nascondiglio per andare a masticare i libri in una bella libreria della vecchia Boston e a imparare poi a leggerli, quei libri, diventando così un perfetto buongustaio della letteratura. Firmino è il topo intelligente e sensibile che guarda il mondo e gli uomini. Il suo punto di vista è originale, dal basso nel pertugio di un tubo, dall’alto attraverso una fessura, distorto nelle ferite di un muro. Suona il piano mentre, piccolo e puntuto, si muove nascosto alla ricerca di qualcuno con cui condividere la vita. Firmino ama dare i nomi alle cose come in tanti titoli di libri e poi ama anche le donne, le scopre belle, nude e danzanti, in un ombroso cinema teatro. Vive tra il sogno e il desiderio un mondo di persone al margine, mondo cadente, finisce un attimo prima che tutto sparisca nel sapore di un libro.

Giorgio Piumatti

Il porro di Cervere.

Una tradizione nelle mani dei contadini che è diventata gusto nel mondo.

Me lo ricordo mio zio che puntualmente nei primi giorni di Novembre arrivava con la sua utilitaria, apriva il cofano e iniziava a scaricare le sue delizie. Una fascina dopo l’altra io, piccolino, aiutavo a scaricare mentre mio papà andava subito ad interrarle nell’orto sotto la sabbia mentre mia mamma, dopo aver scelto i pezzi migliori, andava in cucina e iniziava a cucinare per la cena il superbo risotto alla panna con i porri di Cervere e come secondo la sua personale ricetta: la pasta sfoglia a base di porri e formaggio. Sono passati diversi anni è il mega-cipollotto dal sapore raffinato è diventato una prelibatezza conosciuta ed esportata in tutto il mondo. Se ti infili in un ristorante di New York e ordini porro e il porro è buono. Stai sicuro che viene da Cervere, il piccolo paesino della provincia di Cuneo. Merito della nuova frontiera del marketing ma anche e soprattutto della passione, con cui mio zio e altri contadini si sono sempre alzati all’alba per andare nei campi, giù nei “girun”, a far crescere e curare, anno dopo anno, le loro creature. In un mix vincente di microclima, terra, acqua e sentimento il porro di Cervere è diventato una consolidata e protetta realtà gastronomica che rende orgogliosa la nostra tradizione contadina e ci fa dimenticare il resto che è meglio non esportare.

La fiera del porro è a Cervere fino alla fine di  Novembre, provare per credere.

Giorgio Piumatti

Nuovo numero di Moviement, speciale 3D.

I nostri amici Gemma Lanzo e Costanzo Antermite sono usciti con un nuovo numero di Moviement.

Giriamo così il loro lancio e auguriamo a tutti buona lettura.

Giorgio Piumatti

L’ottavo numero di MOVIEMENT è dedicato al cinema 3D Stereoscopico. 

Con questo numero “Moviement” ha operato una scelta editoriale precisa, quella di puntare più che su un autore o un genere cinematografico su una modalità di rappresentazione che negli ultimi anni si è imposta in maniera sempre più significativa nella produzione cinematografica: il 3D. Quando parliamo di 3D al cinema indichiamo il 3D Stereoscopico, ovvero la riproduzione degli effetti tridimensionali della visione binoculare attraverso la cinematografia. Il 3D in sé non è una novità nell’ambito della evoluzione dell’apparato tecnologico ma è parte intrinseca del DNA del cinema fin dalle sue origini. La contemporanea configurazione produttiva e l’espansione spettacolativa del 3D nell’industria cinematografica e su altre piattaforme e schermi è dovuta all’incidenza della rivoluzione digitale e all’utilizzo più sofisticato in senso narrativo del medium. Attraverso i saggi presenti in questo “Speciale” si è cercato di fornire un quadro abbastanza esauriente sui vari aspetti che investono la riflessione sul 3D, da quelli di natura metodologica (Atkinson), storica (Antermite, Del Valle, Botelho,) o estetica (Huhtamo, Menduni), passando attraverso la strutturazione tecnologica (Neri, Piazza, Tornimbeni), l’uso del suono (Callarello), le possibilità del 3D in campo autoriale (Catolfi, Menduni, Nencioni, Thompson, Zazzara) e del cinema di animazione (Lanzo). A completare il quadro le interviste a Lilliwood/Xilostudios, Zapruder e Joshua Hollander, un Glossario a cura di Antonello Satta e la riproduzione di un articolo “storico” sul 3D di Mario Verdone a cura di Eusebio Ciccotti.

“Io e te” di Niccolò Ammaniti

Un romanzo breve che sotto una esile trama ti apre un mondo.

Dopo una divertente storia che raccontava di un pazzo Safari immerso nel centro di Roma, Niccolò Ammaniti è tornato con un romanzo bello, breve e incisivo. Anche per me una piacevole scoperta che ho trovato tra i pacchetti di Babbo Natale e ha attirato il mio sguardo e i miei sensi in un nebbioso pomeriggio di inizio anno. Sulla mia poltrona preferita, sorseggiando un tea caldo e sgranocchiando pistacchi mi sono immerso in un racconto ancora una volta ambientato nella Roma dello scrittore. Siamo ai giorni nostri nell’ambiente della borghesia, quello dei genitori che si sono fatti una posizione ma che spesso hanno perso la capacità di comprendere i loro figli. Al centro di tutto infatti c’è un adolescente, un ragazzo dall’indole particolare e solitaria che senza volerlo impara a crescere e a capire, prima lui di loro, il mondo degli adulti, organizzandosi una originale settimana bianca nella cantina del suo palazzo. E poi un incontro. Io e te appunto. Buona lettura e tante sensazioni.

Abbiamo deciso di riproporre la nostra breve sensazione sul libro, vista l’imminente uscita nelle sale del film di Bernardo Bertolucci, tratto dal film.

Giorgio Piumatti

L’odore del bosco in autunno.

Una passeggiata tra funghi e castagne, tartufi e animali nascosti.

Per tutti quelli che possono, per tutti quelli che sono stressati e per tutti quelli che amano la vita all’aria aperta consigliamo di lasciarsi trasportare dalla sensazione che regala l’odore del bosco in autunno. Approfittate della domenica o del sabato mattina, liberi dal lavoro e dalla scuola, fatevi prima un bello spuntino, armatevi di scarpe comode, prendete la vostra macchina o fatevi venire a prendere da un amico o dalla vostra ragazza e regalatevi una passeggiata tra funghi e castagne, tartufi e animali nascosti. Il bosco è da sempre stato un posto ricco di suggestioni e sensazioni, ma immergersi in un bosco in autunno, tra alberi e colori, sarà un’avventura per i vostri sensi, il vostro umore e il fanciullo che ancora risiede in voi tornerà a gioire e a saltare. Dopo pochi passi di spaesamento e paura, per chi è ormai sommerso dalla vita cittadina, sentirete riemergere in voi l’istinto sopito dell’uomo che in passato viveva di caccia e raccolta. I recettori del vostro olfatto, come abili segugi, saranno catturati dall’odore di umido e legno, spore e muffe mentre in lontananza potrete scorgere un cercatore che si allontana felice con il suo gratuito bottino di funghi e porcini, castagne e magari tartufi.

Giorgio Piumatti

Il mitico profumo di tartufo.

In giro per sagre attirati dal prezioso fungo a forma di tubero.

 

Carne cruda con Tartufo.

Uova al tegamino con Tartufo.

Foglia di cavolo farcita al Tartufo.

Tajarin delicati al Tartufo.

Faraona speziata al Tartuf0.

Dolce segreto al Tartufo.

Il Tartufo è “Chi sotto un’apparenza d’onestà e di sentimenti devoti nasconde viltà, immoralità e cinismo”. Dal nome del protagonista della commedia omonima di Moliere del 1644. Chissà se quando Moliere ha scritto la sua bella commedia aveva anche in mente l’altro terrae-tufer, quel tartufo, il fungo profumato, bianco o nero che delizia le tavole di buon gustai e pregiati ristoranti. Non lo so, ma quando ieri stavo vagando nelle viuzze di un bel paesino, come un topastro dietro il Pifferaio magico, attratto da un forte profumo, mi sono trovato davanti ad un tavolo colmo di tartufi con accanto il sopra descritto menù. Senza inganni o sotterfugi l’odore e il richiamo erano forti ma dopo aver visto in basso a destra il dazio da pagarsi per tale ambita gamella, un po’ Avaro, un po’ Misantropo, mi sono finto Malato Immaginario e a casa me ne sono tornato per farmi un ricco desco di giovine sciabica ai tuberi comuni. Tartufo e tartufi il dubbio rimane, sul gusto del prezioso profumo, ma almeno mi son strafocato patate dorate di pollo condite.

Giorgio Piumatti

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